LA PACE E LA PROMOZIONE DEI DIRITTI UMANI

A cura di Padre Antonio M. Saraceno

 

Il problema della pace forse non è mai stato al centro dell’attenzione generale come oggi.

Già nel lontano 1917 esso aveva costituito il filo conduttore del messaggio della Madonna di Fatima; prima della Madonna, ai tre pastorelli apparve l’angelo della pace, ammonendoli:

OFFRITE A DIO SACRIFICI IN RIPARAZIONE PER I PECCATI CON CUI E’ OFFESO E DI SUPPLICA PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI. ATTIRATE COSE NELLA VOSTRA PATRIA LA PACE. Nella prima apparizione il 13 maggio la stessa Madonna richiama i veggenti: RECITATE IL ROSARIO TUTTI I GIORNI PER OTTENERE LA PACE PER IL MONDO E LA FINE DELLA GUERRA (ovviamente il riferimento è al primo conflitto mondiale).

Successivamente ella ripete questa richiesta in quasi tutte le apparizioni, particolarmente nella seconda:

VOGLIO CHE CONTINUATE A RECITARE IL ROSARIO TUTTI I GIORNI IN ONORE DEL­LA MADONNA DEL ROSARIO PER OTTENERE LA PACE DEL MONDO E LA FINE DEL­LA GUERRA".

E il 13 luglio promette:

INFINE IL MIO CUORE IMMACOLATO TRIONFERA’ E SARA’ CONCESSO AL MONDO UN TEMPO DI PACE.

Rimane però chiaro che Maria Santissima subordina l’acquisizione della pace alla conversione degli uomini e infatti dice:

LA GUERRA STA PER FINIRE, MA SE NON SMETTERANNO DI OFFENDERE DIO NE COMINCERA’ UNA PEGGIORE. SE SI ASCOLTERANNO LE MIE RICHIESTE LA RUSSIA SI CONVERTIRA’ E SI AVRA’ LA PACE, DIVERSAMENTE DIFFONDERA’ I SUOI ERRORI NEL MONDO DIFFONDENDO GUERRA E PERSECUZIONI.

 

Dalle apparizioni di Fatima sono trascorsi circa novant’anni, potrebbe essere considerata storia, magari una delle vicende più toccanti della storia della Chiesa, eppure basta guardarci intorno e capire, come nel tempo presente, nel nostro pianeta si protraggono tante guerre e soprattutto, più di tutte, dilaga il terrorismo, capace di mettere in angoscia l’intera umanità.

Secondo le stime dell’ONU ( relazione dicembre 2003 ),dal 1946 al 1995 ci sono stati circa 150 conflitti armati che hanno provocato circa 23 milioni di morti, la maggior parte civili; l’elenco delle guerre è lungo e difficile.

A partire dal 1990 sono scoppiati circa 50 conflitti armati, 46 di essi sono stati combattuti con le cosiddette armi leggere, negli ultimi dieci anni esse hanno provocato la morte di circa cinque mi­lioni di persone. Ogni giorno vengono uccise con le armi leggere 1300 persone, ogni anno mezzo milione: gli armamenti leggeri sono diventati veri mezzi di distruzione di massa; il loro commercio legale oscilla tra i quattro e i sei miliardi di dollari all’anno, cifra, questa, che basterebbe a sfamare per quarant’anni metà del territorio africano flagellato dalla fame.

Oggi ogni guerra, piccola o grande, è totale e devastante, mescolata alla fame, alle malattie, al de­grado sociale e ambientale, militare e civile.

Esse non hanno mai fine; permangono per generazioni lutti, risentimenti, odi, danni, inquinamento ambientale, malattie irreversibili e le mine antipersona.

Si calcola che le mine mutilano o uccidono una persona ogni venti minuti, 2000 ogni mese e ci sono circa 110 milioni di mine disseminate in 70 paesi.

Quattro milioni di bambini vivono attualmente con invalidità causate dalle guerre; le cifre ufficiali parlano di ventidue milioni di profughi e di sfollati, ma fonti attendibili indicano che siano più del doppio.

Gli Stati Uniti intendono dotarsi di uno scudo spaziale il cui costo globale d’avvio è di circa 100 miliardi di dollari: confrontare la spesa globale d’avvio per lo scudo spaziale con la morte per fa­me di un bambino ogni otto secondi o con l’uccisione di 1300 persone al giorno nei conflitti armati, significa squarciare l’abisso dell’ingiustizia mondiale.

Le cifre delle guerre non sono numeri o “effetti collaterali”, indicano persone, volti, soprattutto dei più deboli come donne, anziani e bambini.

Nei paesi produttori di armi vige un’ipocrisia di fondo: con una mano si garantiscono le forniture di armi fomentando così le guerre, con un’altra si esibisce la cosiddetta “assistenza umanitaria” per riparare ai danni delle imprese militari.

E’ pure doloroso constatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; a tale scopo viene assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche. Gli armamenti si sogliono giustificare addu­cendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può non essere fondata se non sull’equilibrio delle forze; quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo e armarsi pure. E se una comunità politica produce bombe atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche per avere una potenza distruttrice alla pari.

Di conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi in ogni istante con una violenza inimmaginabile.

Di fronte a questa situazione gli spiriti liberi si ribellano, i governi lavorano per arginarla e personalità, come il papa, non mancano di elevare la propria voce per denunziarla.

La Chiesa si mobilita perché di fronte alle tragedie che continuano ad affliggere l’umanità, siamo tentati a cedere al fatalismo, quasi che la pace sia un’ideale irraggiungibile mentre ciascun cristiano deve essere convinto che la pace è possibile, anzi è doverosa.

Essa va costruita sui quattro pilastri indicati dal beato Giovanni 23° nell’Enciclica “Pacem in Terris” e cioè sulla verità, la giustizia, l’amore e la libertà.

Ripercorriamo quindi nei punti salienti il cammino tracciato da Giovanni 23° nell’enciclica Pacem in Terris che a circa 40 anni dalla sua presentazione, rappresenta tutt’ oggi una guida fondamentale per tutti coloro che si adoperano per la promulgazione del processo di pacificazione.

 

La prima parte di questa enciclica riguarda la promozione dei diritti umani.

 

1 ) PACE E PROMOZIONE DEI DIRITTI UMANI

In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che OGNI ESSERE UMANO E’ PERSONA, cioè una natura dotata d’intelligenza e di volontà libera; e quindi è

soggetto a diritti e doveri che devono essere universali, inviolabili e inalienabili.

Ogni essere umano ha diritto all’ESISTENZA, ALL’INTEGRITA’ FISICA, AI MEZZI INDI­SPENSABILI PER UN DIGNITOSO TENORE DI VITA, specialmente per quanto riguarda

l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, le cure mediche, il riposo, i servizi sociali necessari ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, d’invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoc­cupazione e in ogni altro caso di perdita di assistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. Ogni essere umano ha diritto al rispetto della sua persona, alla buona riputazione, alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione e ha il diritto all’obietti­vità dell’informazione, ad avere un’istruzione di base.

Ogni essere umano ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame di retta coscienza, ha il diritto di praticare un culto pubblico o privato, il diritto alla libertà della scelta del proprio stato e il diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna, come pure il diritto di se­guire la vocazione al sacerdozio e la vita religiosa.

Agli esseri umani è ancora inerente il diritto di libera iniziativa in campo economico e il diritto al lavoro, dalla dignità della persona scaturisce il diritto a prender parte alla vita pubblica e addurre un apporto personale al bene comune; fondamentale diritto della persona è anche la tutela giuridica dei propri diritti.

Da quanto detto emerge chiaramente la concezione cristiana che i diritti umani non sono concessi allo stato ma derivano dalla natura stessa della persona anche se come ben sappiamo, in molti casi non sono riconosciuti o violati dagli stati o dai gruppi di poteri o da ciascuno di noi: basti pensare alla situazione esistente nel sud del mondo ove migliaia di bambini muoiono di fame ogni giorno.

Il riconoscimento e la promozione dei diritti dell’uomo rappresentano i capisaldi della costruzione della pace che i popoli si sono dati all’indomani del secondo conflitto mondiale; tra i princìpi ispiratori della CARTA DELLE NAZIONI UNITE del 26 giugno 1945, c’è appunto l’esigenza di garantire la pace e la sicurezza internazionale, limitando l’uso della forza militare e ricercando mezzi pacifici, di far crescere la cooperazione tra i popoli e di promuovere il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La logica soggiacente a questa impostazione è che non ci può essere pace là dove ogni persona non vede riconosciuta la propria dignità in ciascuna delle sue espressioni e che, per dirla con le parole di Giovanni Paolo 2°, “NEL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI C’E’ IL SE­GRETO DELLA PACE VERA”.

Cinquant’anni fa poteva apparire impensabile che fossero riconosciuti diritti che oggi ci appaiono scontati, ma a livello internazionale questa evoluzione ha ormai interessato tre “generazioni” di diritti: la prima, quella dei diritti politici e civili; la seconda, quella dei diritti economici, sociali e culturali; la terza, quella dei diritti di solidarietà che comprende il diritto dell’uomo alla pace, allo sviluppo, ad un ambiente naturale.

 

2) PACE E DOVERE DI COSTRUIRE UNA CIVILTA’ DI PACE

I diritti naturali sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, ad altrettanti rispettivi doveri; il diritto, ad esempio di ogni essere umano all’esistenza , è connesso al suo dovere di conservarsi la vita, il diritto ad un dignitoso tenore di vita è connesso al dovere di vivere dignitosamente.

Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tut­te le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto.

Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono in debito ri­lievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra.

Gli essere umani, essendo persone, sono sociali per natura, sono nati quindi per convivere e operare gli uni a bene degli altri.

La convivenza fra gli esseri umani deve essere ordinata, feconda e rispondente alla dignità di persona e ciò è realizzabile quando si fonda sulla VERITA’: ciò domanda che siano sinceramente riconosciuti i reciproci diritti e i vicendevoli doveri.

Anche i rapporti fra le comunità politiche vanno regolati nella verità, la quale esige innanzitutto che da quei rapporti venga eliminata ogni traccia di razzismo e venga, quindi, riconosciuto il diritto che tutte le comunità politiche sono uguali per dignità di natura; per cui ognuna di esse ha il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo, ad essere la prima responsabile nell’ attuazione del medesimo.

Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura, ma tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale; di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori o inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale, essendo esse dei corpi le cui membra sono gli stessi esseri umani.

Ed inoltre una convivenza deve essere attuata secondo GIUSTIZIA, nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; questo concetto va esteso ovviamente anche ai rapporti tra le varie comunità politiche che vanno regolati secondo giustizia, il che comporta, come già detto, oltre al riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.

La convivenza civile deve essere vivificata dall’ AMORE, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più forte la comunione al mondo dei valori spirituali.

Giustizia e amore appaiono a volte come forze antagoniste, in verità non sono che le due facce di una medesima realtà, due dimensioni dell’esistenza umana che devono vicendevolmente completarsi.

E’ L’ESPERIENZA STORICA A CONFERMARLO. Essa mostra come la giustizia non riesca spesso a liberarsi dal rancore, dall’odio e perfino dalla crudeltà; da sola la giustizia non basta.

Può anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore. E’ per questo che più volte ho ricordato a tutti voi la necessità del perdono per risolvere i problemi sia dei singoli che dei popoli. Il perdono è la condizione fondamentale affinché si realizzi la pace. Perdonare non è facile, questo lo sappiamo tutti sicuramente, specialmente quando le cose che non ti piacciono si ripetono, soprattutto nella famiglia. Ma Gesu’ non ha detto per caso che bisogna perdonare 70 volte 7, cioè sempre? Non c’è pace senza perdono.

Il cristiano sa che l’amore è il motivo per cui Dio entra in rapporto con l’uomo; ed è ancora l’amore che Egli s’attende come risposta dall’uomo.

L’amore è perciò la forma più alta e più nobile di rapporto degli esseri umani anche tra loro. L’amore dovrà dunque animare ogni settore della vita umana, estendendosi anche all’ordine internazionale: solo un’umanità nella quale regni la “civiltà dell’amore” potrà godere di una pace autentica e duratura. Infine una convivenza civile deve essere attuata nella LIBERTA’, nel modo, cioè, che si addice alla dignità di essere portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere la responsabilità del proprio operare.

A questo punto è doveroso citare il fenomeno dei profughi politici, fenomeno che ha assunto proporzioni ampie negli ultimi anni e che nasconde innumerevoli e acutissime sofferenze. Esso sta purtroppo a indicare come vi sono regimi politici che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, anzi in quei regimi è messa in discussione o addirittura miscono­sciuta, la legittimità della stessa esistenza di quella sfera.

Non è superfluo ricordare che i profughi politici sono persone e che a loro vanno pertanto ricono­sciuti tutti i diritti inerenti la persona, anche quando essi si trovino al di fuori delle comunità originarie di appartenenza.

Giovanni 23° indica, quindi, quali sono le condizioni affinché si realizzi la pace: sono i quattro pilastri che reggono l’edificio della pace: come in ogni edificio, se ne manca uno, vien meno la stabilità del palazzo.

Come già detto, secondo la Pacem in Terris, la pace si FONDA SULLA VERITA’, SI ATTUA SECONDO GIUSTIZIA, E’ VIVIFICATA E INTEGRATA DALL’AMORE, E’ ATTUATA NELLA LIBERTA’.

E’ interessante notare che questi pilastri indicati da Papa Giovanni sono individuati come condizioni fondamentali non solo a livello dei rapporti fra gli esseri umani (si potrebbe aggiungere che essi dovrebbero valere anche a livello strettamente personale, per essere in pace con noi stessi insomma) ma anche nei rapporti tra le comunità politiche, a livello nazionale e internazionale.

Un dovere, dunque, s’impone a tutti gli amanti della pace, vale a dire quello di educare le nuove generazioni a questi ideali, per preparare un’era migliore per l’intera umanità.

Nel 1973, dieci anni dopo la Pacem in Terris, Paolo VI parlando in occasione della giornata mondiale della pace diceva:

“LA PACE DEVE ESSERE RAZIONALE, NON PASSIONALE, MAGNANIMA, NON EGOISTA, NON INERTE E PASSIVA, MA DINAMICA, ATTIVA E PROGRESSIVA. LA PACE NON DEVE ESSERE DEBOLE, INETTA E SERVILE, MA FORTE SIA PER LE RAGIONI MORALI CHE LA SOSTENGONO, SIA PER IL COMPATTO CONSENSO DELLE NAZIONI CHE LA DEVONO SOSTENERE”.

E poi conclude:

“LA PACE E’ POSSIBILE SE VERAMENTE VOLUTA, E SE LA PACE E’ POSSIBILE, ESSA E’ DOVEROSA”.

Con queste parole si sposta quindi la discussione sulla costruzione della pace da un livello puramente intellettuale a quello dell’azione pratica, della costruzione attiva della pace.

Papa Giovanni 23° e Paolo VI si rivolgono direttamente alla coscienza degli uomini, di tutti, senza distinzione, perché il dovere di costruire la pace si riferisce appunto ad ogni uomo e ogni donna che vive sulla faccia della terra in quanto strettamente connaturato con l’essere persona; non a caso l’enciclica era indirizzata non solo ai credenti, ma a “tutti gli uomini di buona volontà” cioè a tutti coloro che hanno la volontà di costruire la pace sulla terra.

La pace assume, quindi, una nuova dimensione rispetto al passato: il dovere di costruirla appartiene a ciascuno di noi e per i cristiani in particolare, quello della costruzione della pace diventa un dovere cui non ci si può sottrarre: è proprio del cristiano farsi costruttore di pace.

Ma come costruirla questa pace?

In realtà tutti desiderano la pace, ma poi spesso capita di dividersi sui mezzi e sulle strategie per raggiungerla.

Gandhi ricordava che deve esistere una coerenza tra il fine e i mezzi: non si può, insomma, portare la pace con strumenti di guerra.

Per questo occorre un’opzione di fondo scegliere la non violenza, la rinuncia cioè al male e a tutto ciò che non preserva la vita, come discriminante tra le varie forme di pace.

E’ assurdo pensare in quest’epoca che la guerra sia un mezzo adatto a riparare i diritti violati.

A questo punto è giusto chiedersi: se per cause che animano il terrorismo, s’arruolano uomini e donne che preparano i loro misfatti, con lunga e puntigliosa disciplina, non sentiamo forse la necessità di giocare il tutto per tutto per il trionfo del bene? E se i terroristi dimostrano di essere pronti a morire per le loro idee, non dovremmo esserlo pure noi cristiani, seguaci di un Dio che è stato crocifisso e abbandonato, in modo che nasca un mondo nuovo e che avvenga un regno che non avrà tramonto? L’abbiamo visto e spero vissuto proprio in questi giorni attraverso 1’ esperienza del Gen Verde, co­me sia possibile, anche se in presenza di popoli così diversi, culture così lontane fra loro, religioni diverse, mentalità opposte, realizzare un’unità, una fraternità universale che compagini l’umanità in una sola famiglia.

Le guerre rappresentano delle tragedie così grandi che ci sembra proprio impossibile che riusciamo a fare qualche cosa noi e siamo convinti che debbono essere i politici o i governi degli stati che sono in conflitto a lavorare per la pace.

La pace, invece, comincia proprio da noi, da ciascuno di noi.

Ciascuno di noi è chiamato ad essere operatore di pace, ciascuno di noi è chiamato al dovere di partecipare alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica, ciascuno di noi è chiamato ad adoperarsi nella luce della fede e con la forza dell’amore.

Nella Pacem in Terris viene più volte ribadito il concetto che a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso, vale a dire quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio.

Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro d’amore, un fermento vivificatore nella massa.

Non è sempre facile superare le difficoltà e capire come riuscire a volersi bene veramente, dobbiamo capire che ciò che è importante è che cambi ognuno di noi; dobbiamo fare nostro il concetto di fratellanza universale, vale a dire dobbiamo convincerci che i problemi del mondo sono i nostri problemi, che le persone che soffrono sono i nostri fratelli, dobbiamo far cadere i nostri pregiudizi.

In questo deve consistere l’inizio della mobilitazione per la pace, proprio da questo cambiamento interiore, da questo accettarci reciprocamente con i nostri limiti, le nostre miserie, le nostre in­fedeltà; la pace insomma si costruisce innanzitutto in prima persona, sorridendo al vicino o al parente nonostante le mille ingiustizie ricevute, offrendo ciò che c’è di positivo in ciascuno di noi.

Il principale nemico della pace è la miseria, è il nostro orgoglio, è il nostro non voler cedere, è il nostro non voler perdere la vita e invece oggi più che mai è fondamentale che facciamo violenza contro il nostro egoismo, contro il nostro affermarci a tutti i costi per far crescere nel nostro cuore sempre più forte la speranza della realizzazione di un mondo ove regni la pace. Non si dà pace fra gli uomini se non vi è pace in ciascuno di essi, se cioè ognuno non instaura in se stesso l’ordine voluto da Dio.

Dice Sant’Agostino: “VUOLE L’ANIMA TUA VINCERE LE TUE PASSIONI? SIA SOTTOMESSA A CHI E’ IN ALTO E VINCERA’ CIO’ CIE E’ IN BASSO. E SARA’ IN TE LA PACE: VERA, SICURA, ORDINATISSIMA. QUAL’E’ L’ORDINE DI QUESTA PACE? DIO COMANDA ALL’ANIMA, L’ANIMA AL CORPO; NIENTE DI PIU’ ORDINATO”

 

Concludo affidandovi a S. Francesco d’ Assisi il quale consegnò la sua vita nelle braccia del Signore della pace ed io, proprio attraverso le sue parole, vi chiedo di essere uno strumento di pace:

OH SIGNORE, FA’ DI ME UNO STRUMENTO DI PACE

DOV’E’ ODIO CHE IO PORTI L’AMORE,

DOV’E’ OFFESA CHE IO PORTI IL PERDONO,

DOV’E’ DISCORDIA CHE IO PORTI L’UNIONE,

DOV’E’ DUBBIO CHE IO PORTI LA FEDE,

DOV’E’ ERRORE CHE IO PORTI LA VERITA’,

DOV’E’ DISPERAZIONE CHE IO PORTI SPERANZA,

DOV’E’ TRISTEZZA CHE IO PORTI GIOIA,

DOVE C’E’ TENEBRE CHE IO PORTI LUCE.

OH MAESTRO, FA’ CHE IO NON CERCHI TANTO

AD ESSERE CONSOLATO, QUANTO A CONSOLARE,

AD ESSERE AMATO QUANTO AD AMARE

PERCHE’ E’ DONANDO CHE SI RICEVE,

PERDONANDO CHE SI E’ PERDONATI,

MORENDO CHE SI RESUSCITA A VITA ETERNA.